Mi chiamo Elisa, ho 36 anni, e da poco ho perso mio padre in modo tragico e inaspettato. Era entrato in ospedale per un intervento preventivo allo stomaco: i medici ci avevano rassicurato, dicendo che il tumore era stato preso per tempo e che l’operazione era di routine. L’intervento sembrava andato bene. Ricordo ancora il suo sorriso, stanco ma sereno, il giorno dopo l’operazione.
Ma già dal terzo giorno mio padre ha iniziato a peggiorare. Continuava a dire che stava male, che qualcosa non andava. Io ero lì, a chiedere aiuto, a chiamare i medici, ma mi ripetevano che era ansioso, che era normale dopo un’operazione. Ho cominciato a sentirmi invisibile, impotente.
Questo martedì mio padre è morto. Setticemia. Lasciato per tre giorni in un letto a peggiorare, nel silenzio e nell’inazione. Non riesco a togliermi dalla testa l’idea che avrei potuto fare di più. Che avrei dovuto insistere. Ma non mi ascoltavano. Che posso fare? Come posso andare avanti?
Cara Elisa,
le tue parole contengono un dolore che arriva dritto al cuore. Leggerle è come entrare in una stanza dove la sofferenza è ancora viva, pulsante, quasi incredula. La perdita di tuo padre, così improvvisa e drammaticamente evitabile, lascia un senso di vuoto e di ingiustizia che chi non l’ha vissuto può solo immaginare. Il tuo sfogo è legittimo, necessario, e qui trova accoglienza piena.
Non ci sono parole che possano colmare una ferita come questa, ma possiamo provare insieme a dare un senso a ciò che senti, riconoscendo ogni emozione come parte di un processo profondo e umano.
Dal punto di vista psicologico, il tipo di dolore che stai vivendo potrebbe avvicinarsi a quello che chiamiamo lutto traumatico: una forma di elaborazione del lutto complessa in cui la mente non ha avuto il tempo o le condizioni per prepararsi alla perdita.
Quando una morte avviene in contesti ospedalieri, soprattutto se accompagnata da negligenze o errori, il dolore può trasformarsi in rabbia intensa, senso di colpa, frustrazione, pensieri ossessivi, perfino nel dubbio continuo di “avrei potuto fare di più”.
Tutto questo è normale, anche se lacerante. Il tuo bisogno di essere ascoltata, di dare voce al tuo grido, è già parte del lavoro del lutto: non è solo dolore, è anche amore che cerca ancora un posto dove andare.
Dal punto di vista clinico, esistono approcci che possono aiutarti a non restare sola con questo dolore:
La PGDT (Prolonged Grief Disorder Therapy) lavora sulla possibilità di dare spazio al legame interrotto, ma anche di reintegrare la perdita nella propria storia personale;
L’EMDR può essere uno strumento potente per rielaborare i ricordi traumatici legati ai giorni dell’ospedale, alle conversazioni con i medici, all’impotenza vissuta;
L’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) ti può aiutare a stare con emozioni difficili senza combatterle, costruendo una vita piena anche accanto a questo dolore;
La CFT (Compassion Focused Therapy) è preziosa per lenire il senso di colpa e coltivare gentilezza verso te stessa, in un momento in cui è facile essere invasi dall’autocritica.
Elisa, il tuo dolore merita rispetto e tempo. Non è debolezza chiedere aiuto, ma un atto di forza. Se e quando vorrai, ci sono terapeuti capaci di camminare al tuo fianco, anche solo per tenerti la mano mentre guardi questo abisso.
Con rispetto e cura!

