Penso continuamente al mio bambino, al mio piccolo che se n’è andato prima ancora di poter vedere il mondo. Era gennaio, mancavano pochi giorni alla sua nascita. Avrei dovuto stringerlo, sentirlo piangere, guardare i suoi occhi. E invece quei maledetti giri di cordone intorno al collo hanno spezzato tutto: la sua vita, la mia, i miei sogni.
Il suo papà non lo voleva, ma io l’ho scoperto troppo tardi. Credevo ci amasse, credevo saremmo diventati una famiglia. Invece mi sono ritrovata sola, nel momento più disumano che una madre possa vivere: perdere un figlio e allo stesso tempo essere abbandonata.
Da allora mi tormenta una domanda che non riesco a zittire: se avessi protetto di più il mio bambino, se avessi lasciato prima quell’uomo, se avessi fatto scelte diverse… lui sarebbe vivo?
L’unica cosa che sono riuscita a regalargli è stata la sua tomba. Disegnarla, sceglierla… come se così potessi dargli almeno un angolo di mondo, anche se quel mondo non l’ha vissuto mai. Ogni anno gli porto fiori e piccoli giochi che nessuna mano prenderà mai.
Vorrei essere stata più forte. Vorrei averlo salvato. E invece sento che l’ho perso due volte: nella pancia e nel cuore. Come si fa a sopravvivere a questo?
Il lutto che stai vivendo rientra nella categoria del lutto perinatale ed è uno dei traumi più profondi e complessi da elaborare. Il dolore che descrivi, il senso di colpa, la ricerca di spiegazioni, l’immagine di ciò che sarebbe potuto essere, è del tutto coerente con questo tipo di perdita. Non c’è nulla di “sbagliato” nel modo in cui stai reagendo: il tuo vissuto è umano, comprensibile, e soprattutto degno di cura.
Il tema del “se avessi fatto…” è una manifestazione molto frequente nei lutti traumatici. La mente cerca di ricostruire una sequenza causale che possa restituire un’illusione di controllo, perché accettare la totale casualità dell’evento è quasi impossibile. Ma ciò che è accaduto — i giri di cordone — è un evento non prevenibile, non prevedibile e non modificabile da parte della madre. Non è una conseguenza delle tue scelte di vita, del contesto relazionale o del modo in cui hai gestito la gravidanza. È una tragica evenienza biologica che non dipende da te.
È molto importante anche riconoscere l’impatto dell’abbandono nel momento della perdita: questo crea un trauma nel trauma. In letteratura si parla spesso di lutto non riconosciuto o “disenfranchised grief”, quando la persona si trova a elaborare una perdita senza un reale contenimento emotivo da parte del partner o della rete familiare. Questo può amplificare il senso di solitudine, di colpa e di responsabilità personale, rendendo il percorso più difficile.
Ciò che stai facendo, portare fiori, piccoli oggetti, aver scelto un luogo che rappresenti simbolicamente tuo figlio, rientra nei cosiddetti rituali di connessione continua (continuing bonds), fondamentali per mantenere un legame affettivo sano con chi non c’è più. Non sono un segno di mancata elaborazione: sono un modo di integrare la sua presenza nella tua vita, in una forma diversa ma significativa.
In un percorso terapeutico potresti trovare spazio per esplorare:
- la distinzione tra responsabilità reale e responsabilità percepita;
- la rappresentazione interna di tuo figlio e del tuo ruolo materno;
- la rielaborazione dell’evento traumatico (con approcci come EMDR, PGDT o altri modelli focalizzati sulla perdita**);
- la possibilità di costruire una narrazione più compassionevole verso te stessa.
Non si tratta di “perdonarti”, perché non c’è nulla che tu debba perdonare. Si tratta di accompagnare la tua mente e il tuo cuore verso la consapevolezza che il dolore che porti parla della tua capacità di amare, non della tua responsabilità nella perdita. Con il tempo, questo può trasformarsi in uno spazio interno meno doloroso e più tenero, dove tuo figlio può continuare a vivere nel tuo ricordo senza che tu debba punirti per ciò che non dipendeva da te.

