Quando il dolore non passa: sto elaborando il lutto o sto solo rimuginando?
Immagina un uomo di 46 anni. Sua moglie è morta di cancro un anno fa. Non riesce a smettere di pensare a cosa avrebbe potuto fare di diverso: “Avrei potuto aiutarla di più?”, “Perché è successo?”, “Perché proprio a lei, così giovane?”. È lutto o sta impazzendo?
È una domanda comune tra chi affronta una perdita importante. E la scienza oggi ci aiuta a rispondere.
Cos’è il “grief work” e perché è stato considerato essenziale
Per decenni si è ritenuto che il modo migliore per affrontare un lutto fosse “fare il proprio lavoro del dolore” (grief work): affrontare il dolore, ricordare, ripercorrere i momenti vissuti con la persona cara, e gradualmente lasciarla andare. Era un approccio che affondava le sue radici nelle teorie psicoanalitiche di Freud e nei lavori di Lindemann e Parkes.
Il grief work, in teoria, aiuta a:
- accettare la realtà della perdita,
- dare un senso alla morte,
- ricostruire un nuovo equilibrio di vita.
Ma… è davvero sempre utile?
Rimuginare non è elaborare: la nuova visione sul lutto
Negli ultimi anni, la ricerca ha messo in discussione il grief work come via universale per la guarigione. In particolare, Susan Nolen-Hoeksema e poi Stroebe & Schut hanno evidenziato un fenomeno insidioso: il rimuginio nel lutto.
Rimuginare significa ripensare in modo passivo e ossessivo alla perdita, alle sue cause, alle conseguenze. Apparentemente sembra simile al grief work, ma c’è una differenza fondamentale: il rimuginio non aiuta ad affrontare la realtà, la evita.
Rimuginare per non sentire: la teoria dell’evitamento cognitivo
Secondo la teoria del Rumination as Avoidance Hypothesis (RAH), il rimuginio è un modo per evitare di entrare in contatto con le emozioni più dolorose della perdita. Chi rimugina può:
- ripetere pensieri controfattuali (“se solo avessi fatto…”),
- evitare contatti con stimoli legati alla persona defunta,
- mantenere un pensiero ripetitivo che distrae dal dolore più profondo.
Questa evitazione, anche se inconscia, può cronicizzare il dolore e ostacolare un’elaborazione sana del lutto.
La scienza conferma: il rimuginio può bloccare il processo di guarigione
Studi recenti, come quelli guidati da Maarten Eisma, hanno dimostrato che le persone con alti livelli di rimuginio:
- evitano inconsciamente immagini e pensieri legati alla perdita,
- mostrano sintomi più persistenti di lutto complicato,
- rispondono meno positivamente al supporto sociale.
È stato anche sviluppato uno strumento specifico, la Utrecht Grief Rumination Scale, per misurare quanto il rimuginio sia presente e invalidante.
Come distinguere il grief work dal rimuginio?
Il Grief Work (lavoro del dolore)
- Affronta il dolore e la realtà della perdita
- Porta a trovare un senso e a integrare la perdita nella vita
- È attivo, finalizzato alla guarigione
Il Rimuginio
- Evita gli aspetti più dolorosi
- Mantenimento del dolore e sensazione di blocco
- È passivo, ripetitivo e paralizzante
Entrambi possono essere presenti nel processo di lutto, ma è importante riconoscere quando il rimuginio prende il sopravvento.
Cosa fare se ti senti bloccato nel lutto?
Se ti ritrovi in pensieri ripetitivi e dolorosi che non portano sollievo o comprensione, potresti essere incastrato in un processo di rimuginio. Non è colpa tua, ed è una reazione comune. Ma è possibile intervenire.
Gli autori suggeriscono tecniche mirate come:
- esposizione graduale ai ricordi dolorosi (in contesto sicuro),
- attivazione comportamentale per tornare a vivere,
- lavoro terapeutico per distinguere pensieri utili da quelli evitanti.
Grief work e rimuginio non sono la stessa cosa. Il primo può aiutare ad attraversare il dolore e tornare a vivere. Il secondo, invece, può bloccare il processo e mantenere la sofferenza viva nel tempo.
Riconoscere la differenza è un passo fondamentale per prendersi cura di sé nel lutto. Perché sì, il dolore va vissuto. Ma non da soli, e non restando intrappolati nei pensieri che ci tengono lontani dalla vita.
Fonte: Stroebe, M.s & Schut, H.A.W.. (2018). Good grief. Psychologist. 31. 24-28.

